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CULTURA E TURISMO

CULTURA E TURISMO

La Foresta Pietrificata di Carrucana

Era il 1° Febbraio del 1979 quando per la prima volta venni a contatto con la Foresta Pietrificata dell'Anglona. Si trattava di portare avanti l'oneroso compito di fare un censimento di resti fossili di cui nulla o quasi si conosceva. Lo svolgimento del lavoro ha poi via via sviluppato un interesse imprevisto, che le prime ricerche di carattere scientifico condotte con il geologo Antonio Pinna, hanno moltiplicato. Si trattava, infatti, di inoltrarsi in un mondo estinto, apparentemente freddo, formato da uno sterminato esercito di mute pietre. Invece, man mano che procedevamo, quello strano contatto evocava una realtà lontanissima fatta di foreste, animali e ambienti così sconosciuti e misteriosi da esercitare un fascino irresistibile in noi che cercavamo in qualche modo di penetrarvi.

Fu così che, partendo dalle anse morbide del Rio Altana, scoprimmo una realtà più vasta, che riguardava non solo il territorio dei Comuni di Perfugas e Martis, di cui già si aveva qualche notizia, ma si estendeva anche oltre i comuni di Bulzi, Laerru, Chiaramonti, S.M. Coghinas, interessando in pratica tutta quell'area della bassa Anglona che nel Miocene era manifestamente occupata da un vasto bacino lacustre.

L'origine di questi monumenti naturali a forma d'albero è legata a fenomeni di trasformazione consumatisi diversi milioni d'anni fa in uno scenario fantastico di laghi, foreste e vulcani che, come in un grandioso laboratorio d'alchimia, ad un certo punto cominciarono ad interferire tra loro, concorrendo a produrre le magie della metamorfosi degli antichi vegetali in antenati di pietra.L'esistenza di un antico lago, circondato da un paesaggio assai dissimile da quello attuale e immerso in un clima anch'esso diverso, popolato da un gran numero di piante e animali progenitori delle faune e delle flore attuali, è, infatti, certificata proprio dall'abbondanza di questi fossili vegetali e dagli strati rocciosi nei quali si annidano.

Lo studio dei reperti fossili, per altro lungo e difficile, consente, in effetti, di trarre talvolta non solo notizie sul tipo d'albero o di pianta in genere che attraverso strani processi chimico-fisici si mineralizzarono, ma, comparandole a quelle attuali e alla loro distribuzione geografica, consente anche di tentare in qualche modo una ricostruzione di quel che era l'ambiente nel quale prosperavano. Fu così che, dal connubio delle esigenze di tutela sancite dalla legge n° 1089/39 e delle speranze di poter un giorno esplorare i remoti misteri del passato, nacque in noi l'idea che la soluzione ottimale sarebbe stata la realizzazione di un parco paleobotanico. Una tale struttura da un lato avrebbe sancito la fine del periodo dell'abbandono e della predazione, e dall'altro avrebbe potuto decretare la nascita di una nuova era dove la conoscenza, la valorizzazione e la salvaguardia di quel grandioso patrimonio paleontologico e naturalistico costituito dai resti della foresta fossile anglonese, avrebbero potuto fondersi in un'unica operazione.

La foresta pietrificata la Paleontologia come'' trait d'union'' fra rocce ed esseri viventi La storia della vita sulla Terra, che racchiude in sé anche la piccolissima appendice costituita dalla nascita e dall'evoluzione della specie umana, ha inizio molte centinaia di milioni d'anni fa.

I primissimi esseri viventi, apparsi circa tre miliardi e mezzo di anni fa nell'oceano primordiale, erano degli organismi semplicissimi, costituiti da una sola cellula sprovvista di nucleo (organismi procarioti) e per oltre due miliardi di anni rimasero i soli esseri presenti sul pianeta. Da quando invece apparvero i primi esseri complessi (organismi pluricellulari), circa 700 milioni di anni fa, la vita sulla terra è andata sviluppandosi assai rapidamente creando svariate forme animali e vegetali che nella quotidiana lotta per la sopravvivenza si sono trovate più o meno preparate alle modificazioni naturali dell'ambiente in cui erano nate. Il pronto adattamento alle mutate condizioni ha salvato molte specie che sono così sopravvissute anche a straordinarie catastrofi ambientali, mentre tantissime altre forme animali e vegetali andavano estinguendosi ineluttabilmente. Solo i vari avvenimenti che hanno portato alla fossilizzazione dei loro resti, hanno permesso la comprensione sia del fenomeno dell'evoluzione, che ha tramandato nel tempo la vita di molte specie viventi, sia del passaggio sulla terra di altre specie che invece non sono giunte fino ai nostri giorni.

Poiché l'evento della fossilizzazione degli organismi dotati di vita e quello della litificazione degli strati sono aspetti dello stesso fenomeno di formazione delle rocce sedimentarie, risulta evidente che lo studio dei primi (Paleontologia) è intimamente legato a quello delle seconde (Geologia) e non può quindi prescinderne. Affondando i suoi strumenti in epoche così remote d'altronde la Paleontologia ricostruisce gli ambienti vitali succedutisi nel corso del tempo e fornisce in questo senso un preziosissimo strumento per indagare sul passato stesso della crosta terrestre.
D'altra parte, poiché il riconoscimento della fauna e della flora fossile non sarebbe possibile senza una approfondita conoscenza della biologia attuale, rimane evidente che la Paleontologia, così come consente di conoscere il quadro evolutivo della vita dai suoi albori con apparizioni ed estinzioni di specie animali o vegetali, potrà aiutarci anche a capire la situazione evolutiva di gran parte delle specie viventi, costituendo in tal modo una sorta di ponte insostituibile tra passato e futuro.

In un'area tettonicamente abbastanza tranquilla come quella anglonese, inoltre, l'analisi approfondita della successione degli strati può fornire quella documentazione stratigrafica necessaria e fondamentale per la ricostruzione approssimata di un quadro paleoambientale applicabile non solo all'Anglona ma anche a diverse altre regioni che in un periodo tra i 17 e i 13 milioni di anni fa, nel Miocene medio, furono caratterizzate da scenari ambientali simili a quello in esame.

La foresta fossile anglonese: un bene inestimabile

L'enigmatico e affascinante fenomeno che ha trasformato in pietra gli alberi di una rigogliosa foresta del passato, è legato alle grandiose e spettacolari scenografie di un'epoca segnata da intense manifestazioni vulcaniche. La vastità del bacino lacustre, culla della fossilizzazione, ha impedito la formazione di un unico ambiente di sedimentazione omogeneo in tutte le sue parti, creando invece distinti microambienti nei quali le diverse condizioni chimico-fisiche hanno prodotto differenti tipologie fossili.

Così oggi possiamo ammirare accanto ai giganteschi manicotti d'incrostazione tipici di Carrucana, le splendide permineralizzazioni a opale, calcedonio o a grossi cristalli di quarzo e perfino le incredibili silicizzazioni che hanno portato alla totale trasformazione del vegetale in minerale fin nei dettagli più minuti. È quest'ultima tipologia di fossilizzazione, che denominiamo istometabasi, quella che ha fornito quei reperti, pochi in verità, che sono stati studiati e dai quali è stato possibile identificare Callitrixylon e il Tetraclinoxylon anglonae, una pianta simile ad un albero che oggi vive in Andalusia e nell'Africa settentrionale ed il cui olotipo si trova presso l'Istituto di Botanica dell'Università di Camerino.

Un fenomeno dunque grandioso, come detto, sia nella forma sia nell'ampiezza, che ha interessato un'area enorme (oltre 100 kmq) che oggi s'identifica con i territori di Perfugas, Bulzi, Laerru, Martis e persino qualche lembo di Chiaramonti e S.M.Coghinas. Un fenomeno anche raro, soprattutto nella sua perfezione, che ha prodotto per la Sardegna uno straordinario patrimonio culturale, fotografando un'epoca nella quale la specie umana non si profilava nemmeno all'orizzonte. Un fenomeno, infine, che occorre studiare in profondità, analizzare attentamente per capire le vicissitudini più lontane di questa terra, per cercare di ricostruire un paesaggio e un ambiente assai remoti, ma tuttavia presenti con le loro preziose testimonianze. Una ricchezza che poche regioni possiedono, da custodire quindi gelosamente e, nel rispetto della loro magnifica senilità, da utilizzare anche per i vantaggi economici delle collettività attuali.

Il recente passato

Nel periodo che va dal 1978 ad oggi la Soprintendenza Archeologica di Sassari, in ottemperanza alla legge n° 1089 del 1939 che si occupa anche dei beni di natura paleontologica, ha potuto svolgere, dapprima attraverso l'opera della cooperativa Sarda Ce.Ar. e in seguito direttamente tramite l'attività del Settore Geopaleontologico, una costante azione di vigilanza e tutela sull'area delle foreste pietrificate dell'Anglona, in una posizione di continua allerta per contrastare efficacemente l'azione di vandali locali e forestieri. Costoro avevano prodotto, negli anni precedenti, enormi danni al patrimonio naturalistico utilizzando i reperti, strappati agli strati fossiliferi, per gli usi più disparati, come ad esempio la realizzazione di muretti di recinzione o di piedistalli votivi; ma soprattutto contribuendo ad alimentare un fiorente commercio che ha portato i fossili anglonesi ad arricchire le bacheche di collezionisti stranieri, nel solco di una nefasta usanza che accomuna fossili e minerali sardi.

Negli ultimi vent'anni questi fenomeni si sono inizialmente attenuati fino a scomparire del tutto. La presenza e l'attività della Soprintendenza hanno, infatti, da un lato intimorito i predatori e dall'altro incoraggiato le amministrazioni comunali che, come quella di Martis, finalmente comprendendo l'importanza del bene di cui erano state ignare detentrici, recentemente sono divenute sostenitrici di una fondamentale azione di valorizzazione.

Un più diretto rapporto con le popolazioni locali è andato così maturando nel tempo ed ha contribuito a risvegliare una sensibilità culturale e ambientale fino ad allora abbastanza assopita. Sono stati in questo modo realizzati tra il 1978 ed il 1986 anche preziosi interventi di recupero nelle campagne di Perfugas e Martis nell'ambito di un primo censimento dei più importanti siti fossiliferi.

Nella sezione paleobotanica del museo civico di Perfugas, istituito nel 1988, sono confluiti i reperti, per lo più di piccola taglia, provenienti dalle prime campagne di censimento ma anche dalla nascenda attività di collaborazione con i privati detentori dei fossili.

Il presente e il futuro

Tutto ciò ha fatto sì che andasse vieppiù radicandosi in noi la consapevolezza di trovarci al cospetto di un patrimonio scientifico e culturale d'inestimabile valore. Ed è proprio questo convincimento che ci ha permesso di continuare tenacemente a credere, nonostante un'interminabile trafila di ostacoli, nella bontà di quella primigenia, lontana idea di riuscire un giorno e prima che fosse troppo tardi, a salvaguardare gli alberi pietrificati inserendoli in un'appropriata struttura che fungesse allo stesso tempo da museo all'aperto e da cattedra di educazione culturale e ambientale aperta a tutti: un parco paleobotanico.

Nasceva così nel 1992 il progetto di un parco destinato alla valorizzazione dei ''tronchi'' pietrificati dell'area di Carrucana. I lavori contemplati in questo primo progetto decollavano nel 1995 con un piccolo finanziamento regionale che consentiva di realizzare l'acquisizione dell'area vincolata e una sua parziale recinzione con muretto a secco in pietra locale.

Con un secondo finanziamento, nel 1997 si è riusciti a realizzare un secondo progetto, utilizzando un cantiere d'occupazione comunale e sotto la guida diretta del Settore Geopaleontologico della Soprintendenza, peraltro ideatore stesso del progetto che prevede l'ampliamento del parco con l'acquisizione di una superficie arborata oltre ruscello. Si è potuto così, per quanto riguarda la prima area che è stata suddivisa con la creazione dei camminamenti, non solo completare la predetta recinzione ma anche procedere a sistemare i giganteschi cilindroidi fossili, cercando di ripristinare il paesaggio di Carrucana così come era rimasto nella memoria della gente prima che fosse devastato dalle ruspe. Si è provveduto anche a ripulire le sponde del rio, sommerse ed occultate dai rifiuti e dai rovi di un'incuria più che decennale e a trasformarle in un ombreggiato spazio di accoglienza.

Con l'imminente finanziamento del Piano Integrato d'Area relativo alla regione Anglona, nel quale era stato inserito il progetto di carattere generale ''Il parco Paleobotanico dell'Anglona'' (1995), sembra finalmente arrivato il tempo tanto atteso di dare una concreta risposta a tutto il patrimonio paleoxilologico dell'Anglona restituendo ai solenni testimoni del passato, con la creazione dei settori di Perfugas-Laerru e di Bulzi, una dimora degna della loro monumentale vetustà.

Per quanto riguarda il territorio martese, potrà essere così completato il parco di Carrucana, con l'allestimento della nuova area e la realizzazione dell'edicola espositiva, la sistemazione delle vie d'accesso e la messa in opera degli impianti e dei servizi collaterali.

Ricerca, tutela e valorizzazione

Occorre però a questo punto ricordare che, a fronte di una straordinaria abbondanza di reperti fossili che ancora oggi costellano le campagne della bassa Anglona, quelli fin qui studiati sono appena una decina.

Considerando inoltre che la più intelligente forma di tutela di un qualsiasi bene coincide con la sua piena valorizzazione e che non si può certo valorizzare ciò di cui non si possiede una conoscenza profonda, non si potrà altresì più prescindere dal mettere in atto quegli studi e quelle analisi che ci consentiranno di completare le conoscenze sulle foreste pietrificate dell'Anglona che al momento sono ancora parziali e probabilmente da rivedere.

Con l'attuazione del suddetto progetto generale potranno invece essere effettuate le indispensabili ricerche per uno studio complessivo che consenta di ricostruire tutte quelle vicissitudini del territorio anglonese che hanno visto trasformarsi, nel corso dei tempi, una landa miocenica ricchissima di laghi, vulcani e foreste, in una terra sulla quale tutti gli esseri viventi che oggi la popolano, combattono con tenacia per ritagliarsi un avvenire migliore.

(a cura di Luciano Trebini - Soprintendenza Archeologica di Sassari e Nuoro Settore Geopaleontologico)

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